
| Artigianato |
| Arti e mestieri di Firenze
e dintorni della Toscana; qui i Maestri artigiani mostrano
i loro lavori |
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e creativi |
| Lo stile italiano, famoso
nel mondo, fatto di idee originali ed eleganti |
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in quella cruda gelata del gennaio 1985. Quando si sparse
la paura che il paesaggio della Toscana sarebbe mutato
per sempre, una rivoluzione geologica in pochi giorni
di freddo intenso. Non fu così, per fortuna; certo,
però che l'economia ne ha risentito.
Fino ai primi anni Ottanta, si producevano in Toscana
sui 300mila quintali di olio; oggi si arriva intorno
a 238mila, ma l'ultima annata ha dato una resa prodigiosa,
il 19,26% da 1 milione 235mila quintali di olive spremute:
la provincia di Firenze fa la parte dei leone, con Reggello
e il Chianti dà circa il 30% dell'olio dell'intera regione,
poi nell'ordine Grosseto con la Maremma, quindi Arezzo,
e Siena con la sua parte di Chianti e la Val d'Orcia.
Lo splendido olio lucchese rappresenta il 5,78% del
totale. Ma sono tutti uguali, gli olivi di Toscana?
No. L'80% delle piante appartiene a quattro varietà:
il Frantoio, il Leccino, il Maurino, il Puntino (che
è detto anche Punteruolo o Trillo); il 20% che resta
è costituito da tipi (ma si chiamano "cultivar") vecchi
e nuovi, tra i quali quella di maggiore interesse è
forse la Picholine di origine francese.
E il risultato? L'olio, mitico condimento per anni bandito
come veleno dalle nostre tavole, oggi rivalutato in
pieno dalla dieta mediterranea purché, però, si faccia
attenzione all'uso e alla percentuale di grassi. Che
consente tra l'altro di distinguere otto qualità di
olio: i quattro "vergine" (appunto vergine, fino, sopraffino
ed extra), l'olio di Oliva, di sansa e oliva, di oliva
rettificato, di sansa rettificato.
E si potrà chiamare extravergine solo quello che conserva
meno dell'1% di acidità massima mentre l'olio vergine
di oliva arriverà fino al 4%. E ora sotto, con la prova
del pane: e quella scossetta sulla lingua sarà la prova
della freschezza.
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Olivo uguale Toscana, questo
è un fatto indubbio. Il panorama punteggiato dalle chiome color d'argento
è ormai una caratteristica che si perde nella notte dei tempi; alla
Biblioteca comunale di Siena, un calendario attribuito a Sano di Pietro
raffigura un uomo e una donna intenti alla raccolta delle olive, e
la stessa immagine orna un prezioso piatto in maiolica di Luca Della
Robbia, conservato al Victoria and Albert Museum di Londra. Casomai,
la differenza tra le due immagini è tecnica, se così si vuole dire:
nella prima, i due protagonisti raccolgono i frutti da terra; nella
seconda, un giovane è arrampicato su una scala tra le fronde, con
un cesto in mano. La "brucatura" a mano, con le dita che scorrono
tra le foglie, contro la "ràcana", o anche "paracadute" su cui far
cadere le olive dopo la bacchiatura dei rami con grossi bastoni, tecnica
che tuttavia è più frequentemente usata per i grandi alberi del Meridione.
Un mito antico, l'olio dell'oliva. Passato attraverso culture e religioni,
l'unguento dei lottatori e degli atleti di Olimpia, l'unzione di tutti
i principali passi nella vita del cristiano: popoli infelici, quelli
che non hanno l'olio nelle proprie mitologie. Apparve 20 milioni di
anni fa sulle nostre coste, lo testimonia una foglia impressa in un
oss e nella zona di Livorno, poi furono etruschi e romani, da Populonia
e da Lucca, a dare il via alle culture sei-settecento anni prima di
Cristo.
E nacque la Toscana dell'olio, che ha vissuto giornate tragiche
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